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La
sessualità può essere compromessa da eventi di ogni genere che
capitano nella vita, come le preoccupazioni finanziarie, i
conflitti professionali e le malattie, in particolare la malattia
cardiaca. Questo tipo di
patologia tocca l’essere umano in tutta la sua vulnerabilità;
si lotta tutta la vita per creare e conservare il vigore,
l’energia, il piacere, la soddisfazione, l’integrità, la
coscienza, la libertà e la responsabilità, e non a caso
l’infarto del miocardio può essere l’incidente più
traumatizzante nella vita di una persona. In genere, per la
maggior parte degli altri malati la convalescenza è un periodo
pieno di speranza, in cui la ripresa delle relazioni sessuali
rappresenta una sorta di conferma che “la prova è terminata”.
L’intimità ritrovata
assume una dimensione particolare proprio grazie al fatto che
durante la malattia è stata accantonata: in questo contesto, il
piacere sessuale apporta un prezioso sollievo alla tensione, e
rappresenta un invito alla distensione e alla pace.
Di
solito, all’uscita dall’ospedale il paziente riceve molti
consigli riguardo alla dieta, l’esercizio, gli svaghi, il
controllo del peso e i pericoli del fumo, ma troppo spesso la
ripresa dei rapporti sessuali viene ignorata. Molti studi hanno
dimostrato che la causa più
importante della diminuzione dei rapporti sessuali postinfarto è
dovuta alla mancanza di informazioni. Per molti cardiopatici,
la convalescenza diventa un periodo ansiogeno, caratterizzato
dalla mancanza di qualsiasi attività sessuale, accuratamente
evitata per timore di una nuova crisi cardiaca. Insomma, cosa
bisogna fare sul piano sessuale? Che
cosa è permesso e che cosa è proibito?
Dopo un infarto o un ictus, la persona malata deve tener conto di
alcune indicazioni e controindicazioni quanto alla ripresa
dell’attività sessuale. Le principali controindicazioni
riguardano le attività sessuali svolte in condizioni stressanti,
come le relazioni extraconiugali, i rapporti subito dopo un pasto,
quelli vissuti in un ambiente troppo caldo o troppo freddo. Per
diminuire lo stress, si consiglia in genere di ricominciare
gradualmente l’attività sessuale, evitando alcuni comportamenti
a rischio: i rapporti anali, e le posizioni sessuali che
richiedono un intenso sforzo fisico.
Attività
sessuale e malattia cardiovascolare
Il fantasma della morte durante il coito provoca spesso più
stress al sistema cardiovascolare che il rapporto sessuale in sé…
La
paura di morire
Chiunque
abbia sfiorato la morte teme di incontrarla di nuovo, ed è
proprio questa la paura che vivono moltissime persone che hanno
avuto una crisi cardiaca o un incidente vascolare cerebrale.
Spesso condivisa dal partner, questa paura può condizionare
notevolmente il desiderio della coppia, e di conseguenza,
diminuire o azzerare l’attività sessuale. Molte persone credono
a torto che la loro vita sessuale sia terminata perché associano
l’invecchiamento e la malattia con la fine della vita sessuale
attiva, ma per quelle che affrontano
le prove con ottimismo e scelgono la vita invece di lasciarsi
abbattere dalla fatalità, la
sessualità è il contesto per eccellenza in cui provare a se
stessi che si è ancora vivi. La sessualità può allora
essere diversa da prima, ma rappresenta ancora l’occasione per
ricreare con il partner nuovi modi di incontro erotico.
.: C'è
veramente un rischio?
Perché
si associa il rapporto sessuale con l’accrescimento del rischio
di crisi cardiaca? Durante un rapporto sessuale le pulsazioni
cardiache e la pressione arteriosa aumentano man mano che
l’eccitazione sessuale si avvicina all’orgasmo. Consce di
questo, alcune persone temono di sottoporre il loro sistema
cardiovascolare a uno sforzo eccessivo che provocherà una nuova
crisi. Al pari di qualunque attività che richiede uno sforzo
fisico, anche l’attività sessuale comporta un certo rischio che
può anche essere elevato, per esempio se la crisi cardiaca o
vascolare cerebrale è recente, o si è in presenza di un grave
problema di ipertensione che non è stato curato, tanto per citare
qualche condizione pericolosa. Solo il medico è in grado di
valutare se la vostra condizione fisica richiede l’arresto
dell’attività sessuale, e di determinare quando è indicato il
ritorno alle attività sessuali abituali. Nella maggior parte dei
casi, le malattie vascolari non impediscono definitivamente i
rapporti sessuali. Il vostro medico vi ha dato carta bianca per
vivere pienamente la vostra sessualità, ma avete ancora paura?
Ecco qualche informazione
rassicurante:
-
sotto
il profilo fisico, un rapporto sessuale non comporta più
rischi rispetto a salire una scala a velocità sostenuta
-
un
rapporto praticato con il partner abituale, di durata compresa
tra 10 e 16 minuti, rappresenta una spesa energetica inferiore
a quella richiesta dal guidare la macchina
-
il
consumo di ossigeno durante il coito è inferiore a quello
richiesto per camminare velocemente
Quindi,
confrontata ad altre attività fisiche, l’attività
sessuale non sembra particolarmente esigente nei confronti
del sistema cardiovascolare.
Consigli
pratici per ridurre i rischi
Per chi soffre di ipertensione o si sta ristabilendo dopo una
crisi cardiaca, quando è indicato il ritorno alle attività
sessuali, sono richieste alcune precauzioni.
Prima di tutto, la ripresa dell’attività erotica deve avvenire
gradualmente e deve comportare il minimo sforzo fisico. Si
raccomanda anche di riposare dopo il coito. Per vivere la vita
sessuale in modo armonioso è bene essere in uno stato di distensione,
un criterio particolarmente importante per le persone che hanno
una salute vascolare più fragile delle altre. Evitate perciò
ogni forma di stress, evitate di sperimentare attività sessuali
che non vi sono familiari, di avere rapporti in un luogo
inabituale, di fare sesso velocemente, di avere una relazione
sessuale extraconiugale o con una prostituta, e in genere
qualunque evento in grado di provocare ansia. Evitate anche i
rapporti anali, che stimolando il nervo vago provocano un
pericoloso rallentamento del ritmo cardiaco. Evitate i rapporti
dopo un pasto abbondante o innaffiato di alcol, sia perché
l’alcol dilata i vasi, sia perché l’energia cardiaca viene
impiegata per la digestione. Prendetevi il tempo di creare un
contesto di gradevole intimità con il partner, in un clima di
romanticismo e di serenità, concedetevi tempo per i preliminari
per preparare tranquillamente l’aumento dell’eccitazione,
invece di gettarvi bruscamente nell’azione. Giunti al rapporto
vero e proprio, fate in modo di trovarvi in una
posizione confortevole che non richieda un grande sforzo
fisico o una performance
acrobatica; per esempio, la posizione in cui la donna è sopra
l’uomo richiede un minore consumo di ossigeno, la penetrazione
nella posizione seduta faccia a faccia, con i piedi appoggiati sul
pavimento, non richiede al muscolo cardiaco un grande lavoro. Per
contro, la posizione in cui l’uomo è sopra richiede un maggiore
sforzo muscolare a livello delle braccia e delle spalle, e di
conseguenza, è più onerosa per il cuore. Dopo
il rapporto, riposate.
Se
durante o dopo il rapporto sessuale soffrite di dolori al petto,
se avete le palpitazioni o osservate un aumento del ritmo cardiaco
e respiratorio che dura più di 15 minuti dalla fine del rapproto
o se altri segni vi preoccupano, consultate il medico. Ricordate
in ogni caso che le relazioni sessuali con penetrazione non sono
un obbligo, la sessualità umana è molto più ampia della
semplice penetrazione ed esistono centinaia di carezze gradevoli
da scoprire, perché
lasciar perdere?
.: Cuori
sensibili: meglio astenersi?
Di fronte a un problema cardiaco, i disturbi
erettili passano spesso in secondo piano. Tuttavia, è impossibile
ignorare il loro impatto sulla qualità della vita. Quando
potrò di nuovo fare l’amore? E se avessi problemi a causa delle
medicine? I farmaci che inducono l’erezione sono pericolosi per
il cuore? Le risposte
alle domande più comuni.
Il paziente cardiopatico deve spesso
confrontarsi con i disturbi erettili, e spesso non è facile
affrontare questo aspetto della situazione con il cardiologo. Una
grande proporzione dei disturbi erettili è di origine organica,
cioè causata da una malattia fisica, come il diabete e i disturbi
vascolari. Il Massachusetts
Male Aging Study,
un importante studio epidemiologico realizzato negli Stati Uniti
nel 1994, mostra che i disturbi dell’erezione riguarderebbero il
9.6% degli uomini tra 40 e 70 anni, una percentuale che raggiunge
il 15% negli ipertesi, praticamente 1 paziente su 7. Un recente
studio condotto in Spagna e pubblicato sul Journal
of Urology precisa l’aumento del rischio di problemi
sessuali in funzione della malattia:
|
patologia
|
moltiplicazione
del rischio di disturbo erettile
|
|
diabete
|
4
|
|
ipertensione
|
1.58
|
|
ipercolesterolemia
|
1.63
|
|
disturbo
vascolare periferico
|
2.63
|
|
problemi
cardiaci
|
1.79
|
Come spiegare queste cifre? Si possono
distinguere due grandi cause:
-
le malattie
cardiovascolari come l’ipertensione, l’aterosclerosi
(colesterolo, diabete…) comportano una modificazione della
parete delle arterie. Il passaggio del sangue nei vasi viene
compromesso, e l’erezione alterata di conseguenza. Non a
caso la disfunzione erettile può essere rivelatrice
dell’evoluzione delle malattie cardiovascolari
-
anche molti farmaci
possono avere un impatto sulla sessualità del paziente.
Alcuni studi riportano la difficoltà a mantenere l’erezione
negli ipertesi trattati rispetto a quelli non trattati. Questi
effetti secondari non sono privi di conseguenze: in presenza
di problemi erettili, molti pazienti abbandonano il
trattamento farmacologico dell’ipertensione, mettendo a
rischio la propria salute
Purtroppo non tutti i pazienti parlano così
apertamente della propria intimità, e molti esitano a porre al
medico questa importantissima domanda: “quando
posso riprendere l’attività sessuale?”, specie quando la
credenza popolare suggerisce che astenersi è meglio. Infine,
anche le ripercussioni psicologiche della malattia possono
alterare la libido, la paura dell’infarto può far temere che le
storie d’amore finiscano male…
Spesso si tende a sovrastimare il livello di
sforzo fisico e la sollecitazione cardiaca legati all’attività
sessuale. Recenti lavori hanno permesso di valutarla. Risultato:
in confronto a un’attività fisica e a una risposta emotiva
intensa, il coito
rappresenta un debole rischio di infarto del miocardio. Il
rischio di morte improvvisa direttamente legata all’amore
carnale è quasi irrilevante: da 0.9 a 1.3%. Insomma, l’attività
sessuale rappresenta uno sforzo fisico di intensità moderata,
perciò un paziente coronaropatico che può sopportare una
moderata attività fisica non avrà controindicazioni all’atto
sessuale. In caso di dubbio (palpitazioni, “fiatone”,
tabagismo importante…) il cardiologo può sottoporre il paziente
alla prova sotto sforzo: i pazienti coronaropatici che hanno un
risultato negativo (nessun dolore con uno sforzo di 60 Watt) non
rischiano una crisi anginosa durante l’atto. Le raccomandazioni
emerse durante la conferenza di Princeton consentono oggi di
orientare la terapia del disturbo erettile in funzione del livello
di rischio cardiovascolare: un precedente recente di infarto del
miocardio, una grave insufficienza cardiaca, un angor (dolore
provocato dalla sofferenza cardiaca) o una ipertensione restano
controindicazioni formali, così come l’associazione dei
derivati nitrati al sildenafil (Viagra®). Tutto sommato, nel
paziente coronaropatico stabile e al di fuori dall'interazione con
altre specialità, la
cura farmacologica dei
disturbi erettili è possibile.
Viagra: fine
di una cattiva reputazione
Poco dopo la sua introduzione sul mercato, la comparsa di
incidenti cardiaci in uomini trattati con il sildenafil ha
seminato il dubbio nel pubblico. Anche se la responsabilità del
farmaco non era stata dimostrata, la notizia ha suscitato una
certa preoccupazione. Dopo le indagini è risultato chiaro che
l’88% dei pazienti esaminati presentava almeno un fattore di
rischio cardiovascolare. Da allora, i molti altri lavori
scientifici pubblicati in merito hanno dimostrato l’efficacia e
la buona tollerabilità del sildenafil anche nei pazienti con una
patologia cardiovascolare (ipertensione, diabete, coronaropatia…).
I risultati di questi studi hanno portato la Commissione Europea
del Farmaco a modificare la tabella riassuntiva delle
caratteristiche del prodotto, confermando così la tollerabilità
cardiovascolare del sildenafil nei pazienti con malattia
coronarica nota. Anche gli altri trattamenti farmacologici della
disfunzione erettile comunicano regolarmente riguardo alla
tolleranza cardiovascolare dei loro prodotti. Tenuto conto delle
condizioni di prescrizione ormai consolidate e dell’impatto
sulla qualità complessiva della vita, i
pazienti affetti da disturbi cardiovascolari non hanno più
ragione per tacere i loro problemi erettili. Dopo una
valutazione accurata dei disturbi e dello stato di salute
cardiovascolare del paziente, si possono suggerire modifiche del
trattamento associate a consigli per l’igiene di vita, o
procedere al trattamento farmacologico dei disturbi sessuali.
Esclusi i casi di fragilità cardiovascolare nota, molti studi
assimilano l’attività sessuale a un’attività fisica come
un’altra.
.: L'infarto
del miocardio?
d.ssa
Emanuela Piccaluga, cardiologa
L’infarto
del miocardio è
la morte
(necrosi) di
una zona più o meno estesa del muscolo cardiaco
(miocardio). Le cellule muscolari cardiache di questa regione non
riescono più a contrarsi per l’insufficiente apporto di
ossigeno, e muoiono nel giro di qualche ora. Il miocardio è
vascolarizzato dalle coronarie;
quando queste arterie si ostruiscono (trombosi, spasmo, coagulo)
il miocardio non riceve più sangue ed è carente di ossigeno (ischemia).
La
gravità dell’infarto dipende soprattutto dalla sua estensione:
più vasta è la zona irrigata dall’arteria ostruita, più
l’infarto è grave. Se il danno è molto esteso viene alterato
il funzionamento dell’intera pompa cardiaca, un fenomeno che
produce un’insufficienza
cardiaca
più o meno acuta, e contrazioni anomale o anarchiche che rendono
indispensabile il trasferimento in un’unità di rianimazione.
Insufficienza
cardiaca: quando l’ignoranza è il peggiore dei mali
Si parla di insufficienza cardiaca quando il muscolo del cuore non
riesce più a pompare efficacemente il sangue nell’organismo. Le
lesioni possono essere causate da un certo numero di fattori, tra
i quali la cardiopatia ischemica, per esempio una precedente crisi
cardiaca, e l’ipertensione arteriosa. Si stima che in Europa
soffrano di insufficienza cardiaca circa 14
milioni di persone. Secondo i dati di un’inchiesta europea
condotta da Shape (Study group on Heart failure Awareness and
Perception in Europe), solo
il 3% della
popolazione ne conosce i segni e i sintomi mortali: centinaia
di migliaia di persone soffrono di questa malattia senza
saperlo… e perciò è molto improbabile che la curino. Inoltre, la
popolazione non ha
coscienza dei fattori di rischio di questa malattia, come
l’ipertensione arteriosa, l’obesità, l’ipercolesterolemia
e il diabete mellito. Più del 70% degli intervistati ritiene che
l’insufficienza cardiaca non sia “una malattia grave”,
mentre si tratta a tutti gli effetti una patologia estremamente
handicappante associata a un elevato tasso di ospedalizzazione e a
una notevole percentuale di decessi prematuri – circa il 40% dei
malati muore nell’anno successivo alla diagnosi. I sintomi
dell’insufficienza cardiaca vengono spesso considerati come
parte del processo di invecchiamento (34% degli intervistati).
Evitare l’abuso di alcolici, non fumare, mantenere il proprio
peso a un livello equilibrato, fare sport e consumare alimenti
freschi sono i passi essenziali per conservare un cuore sano. I
moderni trattamenti possono prevenire la malattia e ridurne
significativamente la mortalità: gli inibitori dell’enzima di
conversione dell’angiotensina hanno dimostrato la capacità di
ridurre la morbilità (malattia) e la mortalità in circa il
15-35% dei pazienti. Inoltre, quando il trattamento è associato
agli antagonisti dell’aldosterone o ai betabloccanti, si osserva
una riduzione supplementare del 30%. Purtroppo, nella pratica
generale, queste tipologie di farmaci sono prescritte solo nel
20-50% dei casi, e gli altri farmaci disponibili, ancora meno
frequentemente. Quindi, anche quando viene diagnosticata
un’insufficienza cardiaca, i pazienti rischiano di non ricevere
il trattamento appropriato od ottimale.
Cause
e fattori di rischio
L’infarto
del miocardio è una delle
complicazioni più importanti dell’aterosclerosi (formazione
di placche di grasso) delle coronarie. In generale, riguarda circa
un uomo su cinque tra i 40 e i 60 di età, ma non risparmia le
donne e i soggetti più giovani. Nel 50% dei casi di morte di
origine cardiovascolare, non esiste un fattore di rischio
conosciuto al momento dell’infarto. I fattori favorenti sono
noti: ipertensione arteriosa, familiarità, iperlipidemia (eccesso
di grassi nel sangue), tabagismo, diabete, obesità, ma anche
stress… Altre cause, più rare, comprendono l’embolia
coronarica (migrazione di un coagulo di sangue che si è formato
altrove), esercizio sportivo violento, eccesso di globuli rossi (poliglobulia,
soprattutto conseguente all’assunzione di eritropoietina, shock
elettrico, e patologie coronariche rare come la malattia di
Kawasaki e di Tayakasu, la periartrite nodosa…
Segni
e sintomi
La
comparsa dell’infarto può essere improvvisa e brutale, tuttavia
circa una volta su due saranno presenti segni precursori, che se
rilevati e trattati adeguatamente possono evitare o ridurre la
comparsa dell’infarto: aggravarsi recente e violento di
un’angina pectoris (angor) precedentemente ben tollerata,
comparsa recente di un angor con dolori spontanei prolungati.
L’infarto del miocardio si manifesta spesso la notte o durante
il riposo, con un dolore improvviso e violento.
Quando
il mattino non ha l’oro in bocca…
Il mattino presto, quando ancora regna la calma, è un brutto
momento per il cuore. Tra le 6 e le 12, il rischio di infarto del
miocardio aumenta del 40%. Ma perché?
Oggi sappiamo che il rischio aumenta a causa della presenza di una
serie di variazioni fisiologiche, correlate con il risveglio, che
possono aumentare la vulnerabilità cardiaca proprio in questa
fascia oraria. Il tono vascolare aumenta, contribuendo ad
aumentare la pressione arteriosa. Nel sangue, crescono i livelli
di adrenalina e noradrenalina, e anche il sistema
renina-angiotensina, uno dei grandi regolatori della pressione,
subisce delle variazioni che si traducono in una maggior
concentrazione di angiotensina nel sangue, in particolare intorno
alle 8. Infine, nelle ore del mattino cresce il rischio di
trombosi a causa dell’aumentata viscosità sanguigna,
dell’aggregazione delle piastrine e dell’attività del
plasminogeno, tre fattori che condizionano la coagulazione del
sangue.
Generalmente,
il dolore è localizzato nel petto, dietro lo sterno. Intenso,
opprimente e angosciante – chi ne è colpito ha l’impressione
di morire – il dolore può propagarsi alla mascella e al palato,
al braccio sinistro, alle due ultime dita della mano sinistra, e
talvolta anche alla schiena e al ventre. Il dolore è simile a
quello dell’angina pectoris, ma in caso di infarto è duraturo,
molto più intenso e resistente anche l’assunzione
dell’apposito spray o compresse, a base di trinitrina. Qualunque
dolore di tipo anginoso persistente per
più di 30 minuti è sospetto. Ai sintomi citati possono
associarsi anche mancanza di respiro, sudorazione, agitazione,
nausea e vomito, singhiozzo persistente o eruttazioni incessanti.
Nei soggetti più giovani e in assenza di precedenti,
un’intossicazione acuta di anfetamine, cocaina, ecstasy… può
produrre sintomi molto
simili a quelli dell’infarto del miocardio, così come può
avvenire nella maggior parte delle urgenze toraciche e addominali,
come l’embolia polmonare, la perdicardite acuta, il
pneumotorace, la pleurite, la pneumopatia acuta e l’edema
polmonare acuto, e in caso di colica epatica, pancreatite, infarto
mesenterico, dissezione aortica… Alcuni
infarti del miocardio non si accompagnano
a dolori toracici, e vengono scoperti con
l’elettrocardiogramma durante una visita di routine,
in seguito a un collasso o a un incidente vascolare cerebrale.
All’auscultazione
cardiaca è in genere presente tachicardia. La perdita di
efficienza della pompa cardiaca provoca un accumulo di sangue nei
polmoni e l’infarto può accompagnarsi a un edema polmonare
acuto. In questo caso, dita e labbra assumono una tipica
colorazione bluastra. Nelle 24 successive all’infarto può
comparire un aumento modesto della temperatura, che recede
spontaneamente nel giro di qualche giorno.
Evoluzione
e complicazioni
L’infarto
del miocardio evolve in maniera più o meno favorevole in funzione
della precedente storia clinica del paziente (recidiva o infarto
esteso del miocardio), della presenza
di fattori di rischio (età avanzata, obesità, diabete,
ipertensione arteriosa…) o delle complicazioni
immediate associate al ritardato intervento medico. Le
complicazioni possibili sono numerose e molto varie:
|
complicazioni
precoci
|
quando
si tratta di recidive o di infarto esteso del miocardio,
soprattutto a causa della presenza di altri fattori di
rischio come l’età, l’obesità, il diabete e
l’ipertensione, o perché intervengono complicazioni
immediate:
|
|
|
shock
non cardiogeno o vagale
si tratta di un’insufficienza cardiovascolare della
quale il cuore non è diretto responsabile, ma che può
comunque essere fatale
shock
cardiogeno
se l’infarto coinvolge una zona estesa del miocardio -
il 40-50% della sua massa - può provocare una grave
compromissione della funzione di pompa del cuore (ca.
10-15% dei casi). E’ la forma più importante di
insufficienza cardiaca
insufficienza
cardiaca
nei giorni immediatamente successivi all’infarto del
miocardio, l’insufficienza ventricolare sinistra è
frequente; diventa una complicazione quando comporta
importanti difficoltà respiratorie, stasi polmonare e/o
edema polmonare acuto
disturbi
di conduzione: i blocchi atrio-ventricolari
la necrosi di una parte del miocardio danneggia
notevolmente la conduzione degli impulsi elettrici che in
condizioni normali provocano la contrazione del muscolo
cardiaco. Questo tipo di disturbo può portare
all’arresto cardiaco
disturbi
del ritmo cardiaco
sono estremamente frequenti (90% dei casi). Durante un
infarto del miocardio è possibile osservare tutte le
alterazioni del ritmo cardiaco: fibrillazione
ventricolare, la più grave perché il ventricolo
diventa totalmente inefficiente e provoca un arresto
circolatorio trattabile solo con shock elettrico; tachicardia
ventricolare, è molto grave e può provocare una
compromissione emodinamica con ipotensionearteriosa e
insufficienza cardiaca; fibrillazione
atriale, è grave e come le altre deve venire trattata
d’urgenza. Può favorire la comparsa di fenomeni
embolici, facilitati anche dall’immobilità
rotture
del muscolo cardiaco
sono rare – 0.5-1% dei casi – ma gravi, il trattamento
chirurgico è aleatorio; incidenti tromboembolici,
arteriosi o polmonari, sono molto frequenti e richiedono
il trattamento anticoagulante durante la fase acuta
dell’infarto. Si cercano sistematicamente i segni della
flebite
|
|
complicazioni
tardive
|
sindrome
di Dressler, una malattia infiammatoria che si sviluppa
da 3 a 6 settimane dopo l’infarto del miocardio.
Provoca dolori toracici e articolari, febbre, versamento
pleurico e pericardico (a livello del tessuto che
avvolge il cuore)
|
|
complicazioni
tardive
|
aneurisma
ventricolare. Può costituirsi qualche settimana dopo
l’infarto del miocardio. Provoca disturbi del ritmo,
insufficienza cardiaca ed emboli
|
Dopo
un infarto del miocardio
Un’igiene
di vita ineccepibile e i controlli regolari sono indispensabili.
La convalescenza inizia all’uscita dall’ospedale, a dura in
genere 2-8 settimane. In questa fase, il paziente dovrà
recuperare progressivamente una certa attività fisica e
riabituare il corpo allo sforzo. Il riadattamento può avvenire a
domicilio, in day-hospital
o in un centro di riabilitazione specializzato. Spesso questi
interventi consentono al paziente di raggiungere una forma fisica
molto superiore a quella che aveva prima dell’infarto. Il
riadattamento cardiaco allo sforzo consente di diminuire il lavoro
del cuore durante la vita quotidiana, dato che l’esercizio
fisico diminuisce la frequenza cardiaca a riposo, e a parità di
sforzo, dopo allenamento, la frequenza cardiaca cresce in misura
molto minore. Il trattamento di lungo periodo associa farmaci che
diminuiscono il lavoro cardiaco e migliorano l’irrorazione e
l’ossigenazione del cuore, come i betabloccanti, i
calcioantagonisti, i nitroderivati, i trattamenti anticoagulanti o
antiaggreganti delle piastrine, come la cardioaspirina
Combattere
i fattori di rischio
E’
indispensabile essere rigorosi:
smettere di fumare, correggere il sovrappeso o l’obesità,
correggere gli squilibri lipidici – soprattutto l’ipercolesterolemia,
trattare l’ipertensione, l’eventuale iperuricemia e
l’eventuale diabete, interrompere l’assunzione dei
contraccettivi orali, combattere la sedentarietà o l’assenza di
attività fisica, imparare a controllare lo stress…
.:
Il
cuore
d.ssa
Emanuela Piccaluga, cardiologa

arco
aortico: prolungamento dell’aorta ascendente; dall’arco si
diramano tre importanti arterie che portano sangue e ossigeno alla
parte superiore del corpo, si tratta del tronco brachiocefalico,
dell’arteria carotide comune sinistra e dell’arteria
succlavia.
arteria
polmonare sinistra: arteria che origina dal tronco polmonare e
conduce il sangue verso il polmone sinistro ove viene ossigenato e
purificato dal gas carbonico. Quelle polmonari sono le uniche
arterie che
veicolano sangue povero di ossigeno
tronco
polmonare: grossa arteria che origina dalla base del
ventricolo destro e si divide in due branche, responsabili della
conduzione del sangue ai polmoni
vena
polmonare sinistra: vena che porta sangue ricco di ossigeno
dal polmone sinistro all’atrio sinistro. Quelle polmonari sono
le uniche vene del corpo a trasportare sangue ricco di ossigeno
valvola
polmonare: valvola situata tra il ventricolo destro e
l’origine del tronco polmonare. La valvola si chiude alla fine
della fase espulsiva del cuore, impedendo il reflusso del sangue
al ventricolo destro. Si apre all’inizio della contrazione tra
le contrazioni per consentire il passaggio del sangue proveniente
dal ventricolo destro al tronco polmonare
atrio
sinistro: cavità che riceve il sangue ricco di ossigeno
proveniente dai polmoni, attraverso le vene polmonari. Il sangue
viene poi riversato nel ventricolo sinistro
valvola
aortica: valvola situata tra il ventricolo sinistro e
l’origine dell’aorta ascendente. La valvola si chiude alla
fine della fase espulsiva del cuore, impedisce il reflusso del
sangue al ventricolo sinistro. Si apre all’inizio della
contrazione per consentire la propulsione del sangue dal
ventricolo sinistro verso l’aorta
valvola
mitrale: valvola situata tra l’atrio e il ventricolo
sinistro; chiudendosi quando il cuore si contrae, impedisce il
reflusso di sangue nell’atrio sinistro. Si apre tra le
contrazioni per consentire il passaggio del sangue dall’atrio al
ventricolo sinistro
ventricolo
sinistro: cavità muscolare che riceve il sangue dall’atrio
sinistro. Il ventricolo sinistro si contrae per spingere il sangue
nell'aorta. Il muscolo che costituisce le pareti del ventricolo
sinistro è più spesso di quello del ventricolo destro perché
deve essere abbastanza potente da spingere il sangue ossigenato
nell’aorta e garantire l’irrigazione di tutte le parti del
corpo
pericardio
parietale: sacca membranosa che avvolge il cuore
setto
interventricolare: parete che separa i due ventricoli cardiaci
miocardio:
muscolo striato che compone la struttura principale del cuore
aorta:
arteria principale del corpo, comprende tre parti: aorta
ascendente, l’arco aortico, l’aorta discendente, a sua volta
divisa in un tratto toracico e uno addominale. L’aorta veicola
il sangue ossigenato verso tutte le parti del corpo
muscolo
papillare: proiezioni muscolari sulle quali si inseriscono le
corde tendinee delle valvole tricuspide e mitrale. I muscoli
papillari si contraggono e si rilassano a ogni battito cardiaco
per variare la tensione sui tendini e permettere il processo di
apertura e chiusura della valvola
ventricolo
destro: cavità muscolare che riceve il sangue dall’atrio
destro. Il ventricolo destro si contrae per spingere il sangue
nell'arteria polmonare e condurlo ai polmoni, ove viene ossigenato
corde
tendinee: piccoli legamenti elastici che collegano i muscoli
papillari e le valvole. Mantengono queste ultime in posizione e
permettono il processo di apertura e chiusura
vena
cava inferiore: vena che trasporta il sangue povero di
ossigeno proveniente dalle parti del corpo comprese tra il tronco
e gli arti inferiori. E’ attaccata alla parte inferiore
dell’atrio destro
atrio
destro: cavità che riceve il sangue povero di ossigeno
proveniente dalle vene cave superiore e inferiore. Il sangue viene
quindi condotto al ventricolo destro per essere veicolato verso i
polmoni
vena
polmonare destra: vena che porta sangue ricco di ossigeno dal
polmone destro all’atrio destro. Quelle polmonari sono le uniche
vene del corpo a trasportare sangue ricco di ossigeno
vena
cava superiore:
vena che trasporta il sangue povero di ossigeno proveniente dalla
testa e dalle braccia. E’ attaccata alla parte inferiore
dell’atrio destro
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