giovedì 29 luglio 2010

 
 
a cura del dr. Alessandro G. Littara

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L'infarto del miocardio

d.ssa Emanuela Piccaluga, cardiologa

L’infarto del miocardio è la morte (necrosi) di una zona più o meno estesa del muscolo cardiaco (miocardio). Le cellule muscolari cardiache di questa regione non riescono più a contrarsi per l’insufficiente apporto di ossigeno, e muoiono nel giro di qualche ora. Il miocardio è vascolarizzato dalle  coronarie; quando queste arterie si ostruiscono (trombosi, spasmo, coagulo) il miocardio non riceve più sangue ed è carente di ossigeno (ischemia). La gravità dell’infarto dipende soprattutto dalla sua estensione: più vasta è la zona irrigata dall’arteria ostruita, più l’infarto è grave. Se il danno è molto esteso viene alterato il funzionamento dell’intera pompa cardiaca, un fenomeno che produce un’insufficienza cardiaca più o meno acuta, e contrazioni anomale o anarchiche che rendono indispensabile il trasferimento in un’unità di rianimazione.

Insufficienza cardiaca: quando l’ignoranza è il peggiore dei mali
Si parla di insufficienza cardiaca quando il muscolo del cuore non riesce più a pompare efficacemente il sangue nell’organismo. Le lesioni possono essere causate da un certo numero di fattori, tra i quali la cardiopatia ischemica, per esempio una precedente crisi cardiaca, e l’ipertensione arteriosa. Si stima che in Europa soffrano di insufficienza cardiaca circa 14 milioni di persone. Secondo i dati di un’inchiesta europea condotta da Shape (Study group on Heart failure Awareness and Perception in Europe), solo il 3% della popolazione ne conosce i segni e i sintomi mortali: centinaia di migliaia di persone soffrono di questa malattia senza saperlo… e perciò è molto improbabile che la curino. Inoltre, la popolazione non ha coscienza dei fattori di rischio di questa malattia, come  l’ipertensione arteriosa, l’obesità, l’ipercolesterolemia e il diabete mellito. Più del 70% degli intervistati ritiene che l’insufficienza cardiaca non sia “una malattia grave”, mentre si tratta a tutti gli effetti una patologia estremamente handicappante associata a un elevato tasso di ospedalizzazione e a una notevole percentuale di decessi prematuri – circa il 40% dei malati muore nell’anno successivo alla diagnosi. I sintomi dell’insufficienza cardiaca vengono spesso considerati come parte del processo di invecchiamento (34% degli intervistati). Evitare l’abuso di alcolici, non fumare, mantenere il proprio peso a un livello equilibrato, fare sport e consumare alimenti freschi sono i passi essenziali per conservare un cuore sano. I moderni trattamenti possono prevenire la malattia e ridurne significativamente la mortalità: gli inibitori dell’enzima di conversione dell’angiotensina hanno dimostrato la capacità di ridurre la morbilità (malattia) e la mortalità in circa il 15-35% dei pazienti. Inoltre, quando il trattamento è associato agli antagonisti dell’aldosterone o ai betabloccanti, si osserva una riduzione supplementare del 30%. Purtroppo, nella pratica generale, queste tipologie di farmaci sono prescritte solo nel 20-50% dei casi, e gli altri farmaci disponibili, ancora meno frequentemente. Quindi, anche quando viene diagnosticata un’insufficienza cardiaca, i pazienti rischiano di non ricevere il trattamento appropriato od ottimale.

Cause e fattori di rischio
L’infarto del miocardio è una delle complicazioni più importanti dell’aterosclerosi (formazione di placche di grasso) delle coronarie. In generale, riguarda circa un uomo su cinque tra i 40 e i 60 di età, ma non risparmia le donne e i soggetti più giovani. Nel 50% dei casi di morte di origine cardiovascolare, non esiste un fattore di rischio conosciuto al momento dell’infarto. I fattori favorenti sono noti: ipertensione arteriosa, familiarità, iperlipidemia (eccesso di grassi nel sangue), tabagismo, diabete, obesità, ma anche stress… Altre cause, più rare, comprendono l’embolia coronarica (migrazione di un coagulo di sangue che si è formato altrove), esercizio sportivo violento, eccesso di globuli rossi (poliglobulia, soprattutto conseguente all’assunzione di eritropoietina, shock elettrico, e patologie coronariche rare come la malattia di Kawasaki e di Tayakasu, la periartrite nodosa…

Segni e sintomi
La comparsa dell’infarto può essere improvvisa e brutale, tuttavia circa una volta su due saranno presenti segni precursori, che se rilevati e trattati adeguatamente possono evitare o ridurre la comparsa dell’infarto: aggravarsi recente e violento di un’angina pectoris (angor) precedentemente ben tollerata, comparsa recente di un angor con dolori spontanei prolungati. L’infarto del miocardio si manifesta spesso la notte o durante il riposo, con un dolore improvviso e violento.

Quando il mattino non ha l’oro in bocca…  
Il mattino presto, quando ancora regna la calma, è un brutto momento per il cuore. Tra le 6 e le 12, il rischio di infarto del miocardio aumenta del 40%. Ma perché? Oggi sappiamo che il rischio aumenta a causa della presenza di una serie di variazioni fisiologiche, correlate con il risveglio, che possono aumentare la vulnerabilità cardiaca proprio in questa fascia oraria. Il tono vascolare aumenta, contribuendo ad aumentare la pressione arteriosa. Nel sangue, crescono i livelli di adrenalina e noradrenalina, e anche il sistema renina-angiotensina, uno dei grandi regolatori della pressione, subisce delle variazioni che si traducono in una maggior concentrazione di angiotensina nel sangue, in particolare intorno alle 8. Infine, nelle ore del mattino cresce il rischio di trombosi a causa dell’aumentata viscosità sanguigna, dell’aggregazione delle piastrine e dell’attività del plasminogeno, tre fattori che condizionano la coagulazione del sangue.

Generalmente, il dolore è localizzato nel petto, dietro lo sterno. Intenso, opprimente e angosciante – chi ne è colpito ha l’impressione di morire – il dolore può propagarsi alla mascella e al palato, al braccio sinistro, alle due ultime dita della mano sinistra, e talvolta anche alla schiena e al ventre. Il dolore è simile a quello dell’angina pectoris, ma in caso di infarto è duraturo, molto più intenso e resistente anche l’assunzione dell’apposito spray o compresse, a base di trinitrina. Qualunque dolore di tipo anginoso persistente per più di 30 minuti è sospetto. Ai sintomi citati possono associarsi anche mancanza di respiro, sudorazione, agitazione, nausea e vomito, singhiozzo persistente o eruttazioni incessanti. Nei soggetti più giovani e in assenza di precedenti, un’intossicazione acuta di anfetamine, cocaina, ecstasy… può produrre sintomi molto simili a quelli dell’infarto del miocardio, così come può avvenire nella maggior parte delle urgenze toraciche e addominali, come l’embolia polmonare, la perdicardite acuta, il pneumotorace, la pleurite, la pneumopatia acuta e l’edema polmonare acuto, e in caso di colica epatica, pancreatite, infarto mesenterico, dissezione aortica… Alcuni infarti del miocardio non si accompagnano a dolori toracici, e vengono scoperti con l’elettrocardiogramma durante una visita di routine, in seguito a un collasso o a un incidente vascolare cerebrale.

All’auscultazione cardiaca è in genere presente tachicardia. La perdita di efficienza della pompa cardiaca provoca un accumulo di sangue nei polmoni e l’infarto può accompagnarsi a un edema polmonare acuto. In questo caso, dita e labbra assumono una tipica colorazione bluastra. Nelle 24 successive all’infarto può comparire un aumento modesto della temperatura, che recede spontaneamente nel giro di qualche giorno.

Evoluzione e complicazioni
L’infarto del miocardio evolve in maniera più o meno favorevole in funzione della precedente storia clinica del paziente (recidiva o infarto esteso del miocardio), della presenza di fattori di rischio (età avanzata, obesità, diabete, ipertensione arteriosa…) o delle complicazioni immediate associate al ritardato intervento medico. Le complicazioni possibili sono numerose e molto varie:

complicazioni precoci

quando si tratta di recidive o di infarto esteso del miocardio, soprattutto a causa della presenza di altri fattori di rischio come l’età, l’obesità, il diabete e l’ipertensione, o perché intervengono complicazioni immediate:

 

shock non cardiogeno o vagale
si tratta di un’insufficienza cardiovascolare della quale il cuore non è diretto responsabile, ma che può comunque essere fatale

shock cardiogeno
se l’infarto coinvolge una zona estesa del miocardio - il 40-50% della sua massa - può provocare una grave compromissione della funzione di pompa del cuore (ca. 10-15% dei casi). E’ la forma più importante di insufficienza cardiaca

insufficienza cardiaca
nei giorni immediatamente successivi all’infarto del miocardio, l’insufficienza ventricolare sinistra è frequente; diventa una complicazione quando comporta importanti difficoltà respiratorie, stasi polmonare e/o edema polmonare acuto

disturbi di conduzione: i blocchi atrio-ventricolari
la necrosi di una parte del miocardio danneggia notevolmente la conduzione degli impulsi elettrici che in condizioni normali provocano la contrazione del muscolo cardiaco. Questo tipo di disturbo può portare all’arresto cardiaco

disturbi del ritmo cardiaco
sono estremamente frequenti (90% dei casi). Durante un infarto del miocardio è possibile osservare tutte le alterazioni del ritmo cardiaco: fibrillazione ventricolare, la più grave perché il ventricolo diventa totalmente inefficiente e provoca un arresto circolatorio trattabile solo con shock elettrico; tachicardia ventricolare, è molto grave e può provocare una compromissione emodinamica con ipotensionearteriosa e insufficienza cardiaca; fibrillazione atriale, è grave e come le altre deve venire trattata d’urgenza. Può favorire la comparsa di fenomeni embolici, facilitati anche dall’immobilità

rotture del muscolo cardiaco
sono rare – 0.5-1% dei casi – ma gravi, il trattamento chirurgico è aleatorio; incidenti tromboembolici, arteriosi o polmonari, sono molto frequenti e richiedono il trattamento anticoagulante durante la fase acuta dell’infarto. Si cercano sistematicamente i segni della flebite

complicazioni tardive

sindrome di Dressler, una malattia infiammatoria che si sviluppa da 3 a 6 settimane dopo l’infarto del miocardio. Provoca dolori toracici e articolari, febbre, versamento pleurico e pericardico (a livello del tessuto che avvolge il cuore)

complicazioni tardive

aneurisma ventricolare. Può costituirsi qualche settimana dopo l’infarto del miocardio. Provoca disturbi del ritmo, insufficienza cardiaca ed emboli

Dopo un infarto del miocardio
Un’igiene di vita ineccepibile e i controlli regolari sono indispensabili. La convalescenza inizia all’uscita dall’ospedale, a dura in genere 2-8 settimane. In questa fase, il paziente dovrà recuperare progressivamente una certa attività fisica e riabituare il corpo allo sforzo. Il riadattamento può avvenire a domicilio, in day-hospital o in un centro di riabilitazione specializzato. Spesso questi interventi consentono al paziente di raggiungere una forma fisica molto superiore a quella che aveva prima dell’infarto. Il riadattamento cardiaco allo sforzo consente di diminuire il lavoro del cuore durante la vita quotidiana, dato che l’esercizio fisico diminuisce la frequenza cardiaca a riposo, e a parità di sforzo, dopo allenamento, la frequenza cardiaca cresce in misura molto minore. Il trattamento di lungo periodo associa farmaci che diminuiscono il lavoro cardiaco e migliorano l’irrorazione e l’ossigenazione del cuore, come i betabloccanti, i calcioantagonisti, i nitroderivati, i trattamenti anticoagulanti o antiaggreganti delle piastrine, come la cardioaspirina

Combattere i fattori di rischio
E’ indispensabile essere rigorosi: smettere di fumare, correggere il sovrappeso o l’obesità, correggere gli squilibri lipidici – soprattutto l’ipercolesterolemia, trattare l’ipertensione, l’eventuale iperuricemia e l’eventuale diabete, interrompere l’assunzione dei contraccettivi orali, combattere la sedentarietà o l’assenza di attività fisica, imparare a controllare lo stress…

d.ssa Emanuela Piccaluga, cardiologa

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